'ORE UNDICI' (n.4 - Aprile 2016) Intervista a Padre Testa

 INTERVISTA A PADRE GIANFRANCO TESTA

PER IL MENSILE “ORE UNDICI” – N. 4 APRILE 2016 

Padre Gianfranco Testa è schivo nel parlare di sé, non vuole indugiare in dettagli che probabilmente ritiene non necessari ad entrare nel cuore del discorso. Tuttavia è doveroso presentarlo: piemontese, “missionario della Consolata” dal 1962, sacerdote dal 1967. Secondo il carisma della Congregazione, viene inviato in missione là dove non si conosce il vangelo di Cristo: la destinazione scelta per lui è l’Argentina, nella provincia del Chaco, dove risiede dal 1972 al 1978, gli anni della sanguinosa dittatura militare del generale Videla. Viene arrestato, detenuto per 4 anni e 8 mesi, per un pretesto che suggellò la sua biografia di sacerdote impegnato a fianco dei contadini poveri, considerata “sovversiva” dai militari.

«Il motivo ultimo è scaturito a seguito di una riunione, durante la quale ci fu una sparatoria – erano cose che capitavano – e un ragazzo rimase ferito. Lo caricai in macchina e lo portai in casa di amici

per farlo curare. Al ritorno fui fermato dai militari che trovarono tracce di sangue sulla camionetta, e per questo fui arrestato».

Liberato, rientrò in Italia per ripartire successivamente per il Nicaragua e la Colombia, dove insieme ad altri sacerdoti, insegnanti, avvocati, psicologi, contadini, fondò le prime Espere (Escuelas de Perdón y Reconciliación) latinoamericane, dove sono stati sperimentati i contenuti, il metodo e la pratica del perdono e della riconciliazione. Nel 2009, ritornato in Italia, ha fondato a Torino l’Università del Perdono.

 Vorrei chiarire con lei il significato di alcune parole relative al tema del perdono e della riconciliazione. La prima è l’antitesi di perdono, cioè “vendetta”.

La vendetta è entrare in un circolo vizioso di dolore e di morte, rispondendo con il male al male ricevuto. Con la vendetta non si esce mai da questo circolo.

 Una seconda parola da definire è colpa.

Colpa è riconoscere il male fatto. Questo è un aspetto positivo. Diverso è il senso di colpa, che è caricarsi di un peso molto duro, difficile da portare. Riconoscere la propria colpa è utile, il senso di colpa è pesante e non serve.

 Responsabilità.

è la porta per introdursi in un modo nuovo di vivere. Assumere la propria responsabilità è riconoscere un errore, ma anche sapere che la persona che ha sbagliato, io o l’altro, non è mai soltanto il suo errore.

E arriviamo alla parola perdono.

Perdonare è curare la ferita che c’è in me, fare in modo che la ferita subita non mi tolga la libertà verso il futuro. Anche se un fatto negativo ci segna inevitabilmente, ci lascia sempre una traccia di dolore, questo non deve condizionare il nostro futuro. Il perdono è un “regalo” che faccio a me stesso per farmi stare bene. Finché io non perdono, l’altro mi fa del male. Quando perdono mi libero.

 Come ci si prepara al perdono?

Prima di tutto con la consapevolezza: io ho diritto di avere rabbia, ma non ho diritto di vivere di rabbia perché mi fa stare male e non risolve nulla. La rabbia è una condizione oscura che non lascia pensare né ragionare né vivere bene. A fronte della rabbia, il perdono è una scelta, una scelta sempre possibile.

Ciò che mi può aiutare a perdonare è pensare che chi mi ha offeso è una persona come me, non è il suo errore. Il mio nemico ha fatto del male, così come anch’io qualche volta posso fare del male ad altri, ma è una persona. Riuscire ad umanizzare l’altro, umanizza anche me.

 Il perdono dunque è un atto di cuore o di intelligenza o di volontà?

Il cuore non è sufficiente. Il perdono non è un sentimento, è un cammino che a volte richiede molto tempo, ma è la meta da perseguire sempre, perché è l’unico modo per sentirsi più liberi. Il perdono non cambia il passato, ma libera verso il futuro.

 E se l’offesa subìta continua a fare male?

Quando ci si è fratturati un braccio o una gamba, anche dopo la guarigione, quando cambia il tempo si sente dolore. Allo stesso modo una ferita lascia una cicatrice.

Perdonare non equivale a dimenticare, ma consente di evitare che il male ricevuto continui a farmi soffrire. Non è una sottomissione, non toglie il bisogno di giustizia, è la salvaguardia del proprio spazio di libertà.

 Se l’altro continua a fare del male, come può agire il perdono che ho deciso di praticare?

Cercherò di stargli lontano, per non rispondere al suo male con altro male e per non sottomettermi ad altro dolore. Devo separarmi. Ma qui entriamo nel campo della riconciliazione, che è il cercare di curare la ferita con l’altro. E’ un passaggio molto più difficile, è come un ponte che ha bisogno di alcuni pilastri per stare in piedi.

 Quali sono questi pilastri?

Il primo pilastro è la memoria. Memoria è saper ricostruire gli avvenimenti e, di conseguenza, scegliere di assumere un comportamento etico per evitare di ripeterli.

Il secondo pilastro è la verità, intesa soprattutto come sincerità nella relazione. Il terzo è la giustizia, un grosso tema: per molti la giustizia equivale al castigo, ad infliggere una pena. Invece giustizia è prima di tutto “ricostruire” la vittima, riconoscendo la sua sofferenza e facendo qualcosa per porre riparo; e poi è ricostruire anche il colpevole, in quanto persona, offrendogli una possibilità alternativa alla punizione pura e semplice.

La giustizia puramente retributiva, che premia i buoni e castiga i cattivi, e così facendo sembra “giusta”, in realtà lascia ciascuno con il proprio dolore, senza possibilità di riparare al male. La giustizia riparativa consente invece un guadagno per tutti.

Un quarto pilastro è il patto: cosa vogliamo fare d’ora in avanti? Si tratta di scegliere un accordo che sia giusto per entrambe le parti. Ci sono diversi tipi di accordo: uno è la coesistenza, un altro la convivenza, un altro ancora la comunione, che sono tre livelli diversi di relazione. L’accordo migliore è sempre quello possibile; se non si può ottenere di più si deve cominciare con una buona coesistenza: come sarebbero i rapporti tra i palestinesi e gli israeliani se anche solo arrivassero a un patto di coesistenza?

Se ci sono tutte queste condizioni - memoria, verità, giustizia, patto - allora è possibile la riconciliazione.

 Quali sono secondo lei i luoghi, le situazioni in cui è più urgente cercare di instaurare dinamiche di riconciliazione?

Direi che dappertutto c’è urgenza, ci sono luoghi di guerra dove è urgente innanzitutto aiutare le persone a curare le proprie ferite; ma anche l’Europa che chiude le frontiere non manifesta rancore, paura, odio? non compie un tipo di guerra? Lasciare le persone nel fango, sotto la pioggia, con il disprezzo di chi è al caldo nella propria casa, non è una dichiarazione di guerra all’umanità? Qui bisognerebbe intervenire con urgenza per superare la paura che separa e per fare una scelta di umanizzazione.

 Come è nata l’idea dell’Università del perdono e come si  è tradotta in realtà?

L’Università del perdono nasce all’interno della Comunità papa Giovanni, con una sede a Rimini, la nostra ha la sua sede a Torino. Siamo un piccolo gruppetto, una decina di persone, che proponiamo i percorsi del perdono e della riconciliazione a tutti coloro che ne sentono il bisogno attraverso tre livelli: l’informazione, la formazione e l’azione. Facciamo incontri informativi nelle scuole, nelle parrocchie, ovunque ci chiamino. Poi svolgiamo corsi di formazione, sia sul perdono che sulla riconciliazione, a cui partecipano le persone più diverse. Infine c’è l’azione: andiamo nelle carceri. Qui l’esperienza è molto interessante perché lavoriamo non soltanto con i detenuti ma anche con il personale del carcere, che affronta quotidianamente una condizione di vita pesante e difficile da sostenere.

Il discorso che abbiamo fatto non ha nessun elemento religioso, è un percorso strettamente umano che non esclude nessuno e non richiede alcuna appartenenza o fede religiosa. Anche se la mia motivazione ha la sua origine nel vangelo, nelle parole di Gesù, posso incontrare e dialogare con persone di altre religioni, che a loro volta avranno i loro riferimenti di fede, o con persone senza religione. Io vado spesso in Albania, dove incontro uomini e donne di religione musulmana; vado nelle scuole, dove molti ragazzi rifiutano la religione; lavoro con gruppi di giovani che vivono nella strada... non c’è luogo né situazione dove non sia possibile proporre questo tema così importante per una vera e profonda umanizzazione.                       

 (Intervista di Silvia Pettiti)

 

Perdono

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Data: 18 Gennaio 2020, 09:00
Per informazioni: Giuliana Di Zeta (giuliana@dizeta.net)

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Per informazioni: Giuliana Di Zeta (giuliana@dizeta.net)

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