Un fatto violento di cronaca in Albania:

avvio di percorso alla pratica del Perdono e della Riconciliazione.

 

 

Il modo di reagire alla morte, nel nord dell’Albania, segue un rituale drammatico, come uno stampo sempre uguale.

Un giovane, per un motivo assolutamente futile, senza nessun senso, ha ucciso un altro.

E’ finito in prigione per dieci anni.

Tutta la famiglia (i maschi) dell’assassino, fino al terzo grado di parentela, si è rinchiusa in casa, seguendo i dettami del Kanùn, un antico codice di comportamento.

Sono stato a trovare più volte il papà del carcerato.

Se ne stava religiosamente chiuso in casa. Si lamentava del suo stato, del poco appoggio che riceveva dalle autorità e dalla stessa Chiesa. Ricordava i tempi del regime (comunista, del comunismo più chiuso che si sia mai conosciuto in tutto il mondo) come tempi in cui “queste cose non succedevano”. Non l’ho mai sentito parlare di quello che suo figlio aveva combinato.

Era un tipo insopportabile finché, dopo averlo conosciuto un po’ meglio, diventava perfino simpatico, fragile, chiuso in tutte le sue paure e la sua sofferenza.

Finalmente, un giorno avvenne ciò che cambia radicalmente la situazione.

Due giovani, suoi nipoti, figli del fratello, decisero di andare nel campo.

Dovevano rimanere chiusi in casa e lo erano stati per lunghi mesi, ma i campi avevano bisogno di braccia, valeva la pena di rischiare per  garantirsi il raccolto.

Certamente, così si dice, qualcuno ha avvisato il nemico e questi è venuto armato di kalashnikov e ha cominciato a sparare. I due giovani, tutti e due sui vent’anni sono scappati, ma Gjin è inciampato ed è caduto. E’ stato allora facile per il nemico finirlo con una raffica. Juwelier, anche se ferito (la pallottola è passata cinque millimetri dal cuore, secondo il referto medico) è riuscito a raggiungere la casa e si è salvato.

Per il Kanùn la casa è sempre e in ogni caso luogo di rifugio.

Adesso chi era chiuso in casa è liberato, può uscire, deve aspettare che passi il tempo del lutto per preparare a sua volta la vendetta.

Nel frattempo è anche uscito dalla prigione colui che aveva scatenato tutto fin dall’inizio.

Suo papà lo ha ricevuto con gioia, si è sentito liberato, ma allo stesso tempo responsabile della morte del nipote Gjin. Se suo figlio non avesse ucciso nessuno, nulla sarebbe capitato.

Le voci circolano. I parenti che sono all’estero cominciano a suggerire a chi è stato appena liberato: “Tocca a te fare la vendetta, perché in fondo sei tu il responsabile di tutto”.

Un fatto tragico si aggiunge al resto. Il papà del liberato muore. Il cuore non regge a tanta fatica. Almeno ha avuto la soddisfazione di vedere suo figlio in casa e di averlo potuto abbracciare.

Ho parlato con questo giovane e gli ho detto: “Per i tuoi parenti all’estero è facile far pesare su di te tutta la responsabilità. Ti sei già fatto dieci anni di prigione. Se uccidi per vendetta prenderai il doppio della pena”. (E’ un modo con cui il governo cerca di mettere freno a questa pratica).

Aspettiamo che guarisca Juwelier, poi i giovani dell’associazione Papa Giovanni, mi invitano ad andare a trovarlo.

E’ un giovane spigliato, sorridente, orgoglioso per la moglie che ha e la bambina nata da poco. Suo padre trova il modo di sparire e la mamma ha un atteggiamento piuttosto distaccato.

Sappiamo che sta facendo molta pressione perché lui “copra il sangue di suo fratello” versando il sangue di qualche familiare dei nemici.

Dopo un buon tempo, quando tutti si sono espressi, provo a dire qualcosa anch’io.

“La morte è arrivata vicina al tuo cuore, ma dal tuo cuore può venire fuori la vita. Anzi la vita è già lì: guarda tua moglie e la tua bambina. E’ un dono che Dio ti ha fatto perché tu viva e sia capace di offrire vita”. Parlo a piccole frasi perché ognuna deve essere tradotta in albanese. Vedo che mi ascolta con attenzione. “Se ti vendichi sarai orgoglioso, è quello che molti si aspettano da te. Poi ti daranno trent’anni di prigione e lascerai per trent’anni tua moglie vedova e la tua bambina orfana. Avrai guadagnato l’orgoglio, ma avrai dato una grande gioia alla tua famiglia?”. 

Non mi rispose.

Non ero sicuro  che il mio messaggio gli fosse arrivato.

Quando siamo usciti dalla casa ci siamo rimessi le scarpe e il giovane Juwelier a tutti ha dato la mano, a me ha dato un forte abbraccio. Era la prima volta che ci incontravamo e mi sembrò un buon inizio. 

Mi sono incontrato altre volte con questa giovane famiglia.

Nel mese di febbraio ho condiviso un pomeriggio con la parrocchia di Bardhaj, una parrocchia dove il tema della vendetta è molto presente. Quasi tutte le famiglie provengono da zone montagnose come il Dukajin o Tropoja dove il Kanùn è nato e impera.

Il parroco, un sacerdote orionino albanese, voleva organizzare delle attività che riguardassero il perdono, la riconciliazione, la vita… ma ricevette un no deciso da parte del Consiglio parrocchiale. Allora decise di giocare con un esterno e mi chiamò per una serie di incontri. A febbraio si realizzò il primo incontro, poi un secondo a marzo e l’ultimo a maggio.

Ci fu una buona partecipazione, con circa cento persone: professori della scuola locale, antichi mediatori culturali, personaggi dell’ambiente politico e uditori più disparati. Alla fine vollero che si facesse una foto tutti insieme. Fu allora quando vidi Juwelier con la piccola Marie Jeanne. Mi salutò tutto allegro e mi mise in braccio la figlia e, per la foto se ne andò con i suoi amici, mentre la mamma si trovava tutta felice con le sue amiche. Rimasi al centro della foto cercando di far saltellare la bambina finché, scoperto un papà un po’ troppo vecchio, si mise a strillare.

Ho cercato di riflettere con i giovani volontari italiani sul significato del gesto: era come mettere il futuro della loro famiglia non tanto nelle mie mani, quanto nel mio messaggio.

A marzo, nel secondo incontro, Anduela mi fece una domanda importante: “E’ possibile perdonare senza riconciliarsi?”. “Sì - le risposi – Tu perdoni perché assicuri a te stessa e a tutti che non ti vendicherai, che non avrai dentro di te pensieri di morte. Ma questo non vuole dire che andrai a festeggiare questo atteggiamento a casa di chi ti ha ucciso un parente”.

Con il vescovo commentai poi questa affermazione e mi disse: “Questa è una proposta intelligente, che può sbloccare molte situazioni”.

Molti non si inclinano per il perdono perché pensano che devono raggiungere le vette più estreme di dare la mano, di fare la pace solenne con il nemico. No, il perdono blocca l’odio e il rancore, la vendetta, ma non si confonde con la riconciliazione, che è un processo più arduo e difficile.

A maggio, il terzo incontro: i due sposi con la bambina si fanno appena vedere. Ma la domenica concelebro alla Messa solenne e faccio la predica. Il parroco tira delle conclusioni molto forti sulla necessità di cambiare  mentalità, di liberarsi dai fantasmi della morte. In chiesa c’è la mamma di Juwelier. Non la incontro, ma penso che sia rimasta toccata profondamente.

La conclusione?

Non c’è ancora. Ci sono i segni di un risveglio, c’è la speranza. E’ difficile smuovere 400 anni di storia, di cultura, in cui il vero uomo è chi uccide, chi si vendica e finché non lo fai rimani un mezzo uomo.

Basteranno le nostre parole a dare a Juwelier la certezza di essere un uomo per davvero se è capace di dichiarare davanti a tutti la sua scelta di vita e di pace?

C’è chi ci è riuscito, sono pochi quelli che fanno del perdono un valore centrale della propria vita.

Vi ho offerto una storia aperta, che ci impegna tutti a continuare a lavorare con fatica e con speranza.

 

Sono già chiari alcuni elementi.

Il perdono non risolve i problemi, ma dà a chi lo vive, la capacità di trovare delle soluzioni, perché il perdono è creativo. Libera dal circolo vizioso dell’offesa o del suo ricordo. Se mi fanno del male e io rispondo con il male non faccio altro che costruire e allungare una catena che ci tiene schiavi tutti e due. Il perdono libera da questa schiavitù. Non cambia il passato, il male rimane male, ma permette di trovare varie e possibili soluzioni per il futuro.

Nella storia raccontata, il perdono non cancella la morte del fratello, che rimane una infamia, ma permette di trovare delle vie di uscita rispetto a quella situazione, che non vadano perpetuando nient’altro che una situazione di morte, perché la faide non hanno mai fine.

Il perdono non richiede una riconciliazione alla quale magari non si è ancora emotivamente e psicologicamente preparati. Non è giusto esigere tutto e subito. Ci sono dei tempi che bisogna rispettare. E’ chiaro, allora, che il perdono è un dono che facciamo a noi stessi, cercando di curare le nostre ferite, risanando le vedute della nostra vita, rafforzando i valori positivi che ci permettono di affrontare al meglio le difficoltà che non mancano mai.

L’altro, il cammino che va più in là, oltre la cura di noi stessi, cercando di risanare anche la relazione con l’altro o con gli altri lo chiamiamo riconciliazione. Se il perdono è difficile, la riconciliazione ha qualcosa di eroico. Far coincidere le volontà, quelle buone, dopo che c’è stato uno scontro, non sempre è possibile.

Se l’altra persona non vuole, se io stesso non mi sento ancora preparato, se mancano condizioni di verità o di giustizia allora la riconciliazione non potrà essere costruita in modo serio.

Il perdono è sempre possibile, perché è un regalo per noi, perché ci conviene, ci fa star bene.

La riconciliazione non sempre è possibile.

Ciò che aiuta ad aprirsi al perdono è ricordare che mai nessuno è il suo errore.

Il mio nemico è una persona che mi ha fatto del male: una persona.

Questa riflessione è stata per Juwelier e Anduela una liberazione. Finché pensavano in termini di inimicizia, di odio, non potevano trovare una strada che li aprisse verso una relazione diversa.

Quando si sono accorti che anche chi aveva fatto del male non era semplicemente un assassino, ma una persona che aveva ucciso, hanno cominciato a vedere con occhi nuovi la realtà, che stavano vivendo.

Nessuno è il suo errore. Con il nemico, con l’assassino… non ho niente a che fare, con la persona, sì.

Non accetto quello che mi è stato fatto e, per ora, non penso neppure di avvicinarmi all’autore del fatto, ma, dentro di me, riconosco che chi mi ha fatto del male ha una sua storia, una sua mentalità, a volte una stortura mentale che non mi deve permettere di giustificare quello che è successo, ma di comprendere colui che lo ha fatto.

Sembrano parole, ma sono una strada importante per affrontare le più diverse situazioni: non giustificare, ma comprendere. E’ uno sforzo, un esercizio difficile, ma necessario se vogliamo uscire dai pregiudizi o dagli stereotipi per affrontare con più coscienza e libertà la complessità della vita.

Ed è proprio questo ciò che ci mette alle porte del perdono.

Spingere la porta per andare oltre è un impegno sempre e in tutti i casi assolutamente personale e libero.

 

Gianfranco Testa

Perdono

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Data: 18 Gennaio 2020, 09:00
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