Presentazione
Sono simili a bagliori, che s’accendono nell’oscurità e s’imprimono negli occhi della mente, le pagine che seguiranno. Nate come riflessioni incastonate nella quotidianità di un giornale, sono infatti un invito a levare il capo oltre la nebbia della valle, ove si aggrovigliano eventi di ogni
genere, atti infami e generosi. Forse, con una prevalenza del negativo, come scriveva – con eccesso di pessimismo – il grande poeta Baudelaire nei suoi Diari intimi: “Ogni giorno è un tessuto di guerre, delitti, furti, oscenità, torture, delitti dei politici, delle nazioni, dei privati. È con questo
aperitivo che l’uomo civilizzato accompagna il suo pasto ogni mattina”.
 
Ivano Dionigi, grande studioso della classicità, pur non staccando i piedi dalle strade polverose dell’esistenza quotidiana, stimola il suo lettore a guardare oltre e altro, filtrando spesso la sua voce attraverso le parole più alte, pronunciate mirabilmente dai grandi del passato: le loro citazioni
intarsiano le righe che egli scrive per ogni breve meditazione. Conferma, così, la sua qualità di “professore” che – come spiega – è un vocabolo che deriva da profiteri, “professare”, così da generare un interrogativo autobiografico piuttosto provocatorio: “Noi professori che cosa professiamo? Siamo all’altezza del nostro nome?”.
Spesso egli lascia spazio alla domanda che, quando è seria, artiglia la coscienza, come suggerisce lo stesso segno grafico a rampino, ben diverso dall’enfatico, verticale e lineare esclamativo. L’interrogazione che serpeggia in tutte queste pagine è radicale, destinata a scandagliare l’abisso dell’Io: è l’agostiniano Tu quis es?, che si risolve nell’invito: “Torna in te stesso, la verità abita dentro l’uomo”. In un tempo di trionfo estremo della tecnologia protesa sul fenomeno si assegna, quindi, il primato all’interiorità, al fondamento, alla coscienza, memori della confessione dell’amato Seneca: “Io indago prima me stesso, poi questo universo”.
Per questo idealmente dovremmo dire che la raccolta dei vari pensieri occupa solo la metà del libro.
In un certo senso bisognerebbe aggiungere in bianco altrettante pagine, perché – come Dionigi afferma, ricorrendo allo scrittore Joseph Conrad – “si scrive soltanto una metà del libro, dell’altra metà si deve occupare il lettore”. L’eco che le sue parole generano deve, perciò, trasformarsi in nuove emozioni, pensieri, persino in “ustioni”, per usare una sua forte espressione, che facciano vibrare mente, anima e corpo.
È questa la vera “sapienza” che, nella sua radice latina di sàpere, significa innanzitutto “avere sapore, gustare”. Anche gli equivalenti inglese, wisdom, e tedesco, Weisheit, rimandano ad un’esperienza globale, fisica e spirituale perché fioriscono dalla radice indoeuropea wid- (si pensi
ai testi sacri induisti Veda) che ha prodotto il nostro “vedere” e in greco anche il “sapere” (oîda). È un coinvolgimento intellettivo, volitivo, affettivo ed effettivo. Questa nostra deviazione lungo il sentiero dell’etimologia vuole individuare, in realtà, una strada maestra battuta da Dionigi, quella della celebrazione della parola, oggi spesso violata, umiliata, sconciata, soprattutto lungo i viali dell’infosfera. Egli, invece, ne esalta la grandezza paradossale che è fatta di onnipotenza e di fragilità. Formidabile è il suo rimando a Canetti: “Se io fossi davvero uno scrittore, dovrei essere capace di impedire la guerra […]. Alla situazione che ha poi reso la guerra davvero inevitabile si è arrivati per mezzo di parole, parole su parole usate a sproposito. Se così grande è il potere delle parole, perché esse non dovrebbero anche essere in grado di impedire la guerra?”.
Non per nulla nella Bibbia la creazione è frutto di una parola trascendente: “Dio disse: Sia la luce.
E la luce fu” (Genesi 1,3). Così come l’ingresso di Dio nella storia attraverso il suo Figlio è definito in modo folgorante dall’evangelista Giovanni alla luce del Lógos, Parola, Verbo: “In principio era la Parola […]. E la Parola carne divenne” (1,1.14). Questa qualità trascendente e immanente della
parola spiega la bellezza del “comunicare” vero, cioè dell’offrirsi reciprocamente un munus, un dono.
Giustifica anche la necessità vitale della poesia, o ancora l’importanza del libro e il rilievo dello scavo etimologico (si legga il delizioso percorso “filo-logico”, da innamorato della parola, che Ivano Dionigi intesse attorno al termine “fratello”).
Certo – e lo si è già detto – non si può ignorare che mai come oggi dovrebbe essere praticata un’ecologia anche del linguaggio, un’igiene del parlare e dello scrivere, consapevoli come siamo che i demagoghi ingaggiano ogni giorno “una battaglia di parole”. E non, certo, per dissezionare bene e male, sceverare grano e zizzania, distinguere vero e falso. Anzi, si assiste al “tramonto di parole che ritenevamo uniche, inalterabili e insostituibili, che non riusciamo più a pronunciare come abbiamo fatto per secoli. Si pensi alle figure ‘padre’ e ‘madre’: prima le certificava il sangue, poi le garantiva la legge, ora sia il sangue sia la legge sono soppiantati dalla provetta della tecnologia”.
 Ora, perché la parola possa essere epifanica, sapiente e pura, è necessario che sia generata dal grembo dell’intelligenza che ne certifica e convalida il contenuto. L’anoressia del pensiero contemporaneo paradossalmente produce un’ipertrofia della chiacchiera che è la parola degenerata.
Bisogna ritrovare il rigore della ragione, esercitare con impegno l’intus legere, che è la base etimologica del termine intelligere, cioè l’approfondimento che esorcizza la superficialità e la banalità.
È, questo, un altro caposaldo delle riflessioni di Dionigi, il cui motto ideale è “Osa sapere”, nella consapevolezza che – come dice il vocabolo “considerare” – la comprensione è uno “stare insieme con (cum) le stelle (sidera)”. È, quindi, un’ascesa verso l’alto, l’eterno e l’infinito, è un meditare che conduce fino all’escatologia, cioè al senso ultimo dell’essere e dell’esistere.
Se si vuole ricorrere a una metafora per descrivere l’avventura dell’intelligenza, bisognerebbe assumere quella platonico-agostiniana della triplice navigazione evocata in queste pagine. Alla prima traversata guidata dai venti e, quindi, dalla scienza, deve subentrare un percorso in cui l’imbarcazione è sorretta dai remi, cioè dalle energie della persona che hanno il loro apice proprio nel pensiero e, quindi, nella filosofia. Infine, a sostenerci nella navigazione ultima e suprema è la stella della fede che ha come imbarcazione “il legno della croce di Cristo che ci consente di
attraversare il mare di questo secolo” nell’eterno divino, come suggeriva sant’Agostino.
In questo procedere a più livelli noi non siamo i primi ad avanzare, altri ci hanno preceduto. È così che il nostro autore introduce un altro tema a lui caro, la “tradizione”, che è efficacemente rappresentata in un gioco lessicale suggestivo e trasparente, retto dalla legge dell’inclusivo, armonico e coerente et et, contro l’esclusivo, aggressivo e separante aut aut. Detto in altro modo, il notum dei padri e dei maestri deve intrecciarsi con il novum dei figli e dei discepoli. Il classico, che non è una fredda eredità cristallizzata ma un seme fertile (“è ciò che ancora ha da essere”, come ammoniva Osip Mandel’štam), deve coniugarsi con la modernità. È un esercizio “simbolico” che Ivano Dionigi in un passo emblematico della sua raccolta presenta attraverso due voci inattese, tra loro distanti, eppure concordi, Petrarca e Steve Jobs, il fondatore di Apple.
È solo in questa luce che si possono accostare due triadi scandite dalla vocale i, senza che la prima prevarichi sulla seconda, come purtroppo spesso accade: da un lato, inglese, internet, impresa; dall’altro, intelligere, interrogare, invenire. Due trilogie non sovrapponibili ma necessarie secondo
diverse gradazioni o finalità, funzionale la prima, essenziale la seconda. Solo così si riesce a vivere in pienezza il proprio tempo, “la cosa più preziosa di tutte”, come affermava Seneca. Solo così si intuisce nel chrónos, ossia nella mera scansione cronologica, fatta di una nomenclatura fenomenica di minuti e ore, di atti e di eventi, il kairós, che è l’attimo perfetto, vissuto con mente e cuore, “atomo” indivisibile, anche se si estende e feconda il fluire della nostra esistenza.
 
In questa fedeltà al tempo, che è la filigrana della tradizione, si scopre il valore della storia, con il suo carico di dati gloriosi e sconvolgenti. Le riflessioni che seguiranno non decollano dalla quotidianità con il suo impasto di splendori e miserie, ma sono ancorate al presente. Si leggano i
frammenti appassionati riservati all’attuale tema lacerante degli stranieri migranti. Le voci evocate sono impressionanti perché mai si ipotizzerebbe l’identità del loro autore. Per esempio: “In pochi qui, alle vostre spiagge arrivammo a nuoto. Che razza di uomini è mai questa? Quale patria permette un uso così barbaro? Ci negano l’asilo della sabbia, ci fanno guerra, ci vietano di soggiornare sulla riva”. A protestare così non è un migrante odierno o un operatore sociale, ma Virgilio nell’Eneide.
Oppure è Seneca a ricordarci, con un linguaggio quasi biblico, che essere persona umana vera si dimostra nel “porgere la mano al naufrago, indicare la via a chi è smarrito, dividere il pane con l’affamato”. E alla fine tocca a Kavafis, il grande poeta greco moderno, registrare un fenomeno che certi politici odierni vogliono ignorare, avvolti negli stereotipi della loro propaganda: “S’è fatta notte, e i barbari non sono venuti […]. E adesso, senza barbari, cosa sarà di noi? Era una soluzione, quella gente”. Tuttavia, nelle riflessioni che seguiranno, l’umanità sensibile e la fede cristiana
spingono Dionigi a non fermarsi a queste contingenze storiche, ma a entrare anche nei grovigli degli interrogativi esistenziali fondamentali.
Così egli non si sottrae alle domande scandalose, vere pietre d’inciampo non solo per il credente, come il dolore innocente, affidandosi all’accusa veemente di Ivan, l’ateo dei Fratelli Karamazov di Dostoevskij. Il suo cristianesimo lo conduce fino alla croce di Cristo ove appare un Dio patiens,
quindi “patetico”, carico del páthos del nostro soffrire e morire, a differenza del dio pagano apathés, “apatico, impassibile”. Entra, allora, in scena anche la morte: “fine o passaggio?”, “altra faccia della vita rispetto a quella rivolta verso di noi”, secondo la certezza di Rilke? O abisso vuoto
a cui approda l’estuario della vita? Cerchio che non può chiudersi nella sua perfezione eterna, come era convinto il medico greco Alcmeone, o pellegrinaggio fino alla dimora definitiva, nell’abbraccio con il Dio creatore dalle cui mani siamo usciti?
 
Temi capitali come la parola, la storia, la vita e la morte e altri ancora si annodano dunque in queste poche pagine, nitide nello stile, sobrie nel dettato, profonde nel pensiero. In tempi di linguaggi muscolari, queste righe optano per l’armonia del tono minore, che in realtà è più forte e
incisivo dell’enfasi. In apertura abbiamo ricordato che ogni libro serio nasce da due protagonisti, l’Autore e il Lettore: il primo lascia spazi bianchi all’altro perché costui faccia fiorire ulteriormente le sue parole e le sue intuizioni. Perché questo accada, è necessario un alone di silenzio e di meditazione.
È ciò che suggeriamo ai lettori della raccolta di pensieri che è ora tra le loro mani, affidandoci alle parole di un amico caro a Ivano e a chi ha scritto questa premessa: “Non si può trovare Dio nel rumore. Dio si palesa solo nel silenzio. Dio non è mai nei mass media, Dio non è mai sulle prime
pagine dei giornali, Dio non è mai in TV, Dio non è mai a Broadway”.